FIMMG Venezia a #VIS2026
Case della Comunità tra visione e realtà: le parole chiave per renderle davvero operative

Lungimiranza, cioè un investimento efficace con una visione a lungo termine. Sicurezza per gli operatori e per i cittadini che vi accedono. Qualità e sostenibilità fin da subito con Punto Unico di Accesso (PUA), dotazioni strumentali e formazione interdisciplinare. Definizione chiara dei ruoli e dei profili di responsabilità per l’interoperabilità informatica e la sicura condivisione dei dati sanitari dei pazienti, «senza arroccarsi nel dire “questo è mio, questo è tuo” oppure “in quella stanza siete dipendenti, nell’altra liberi professionisti”».
Sono queste le parole chiave per rendere davvero operative le Case della Comunità, secondo il segretario provinciale di FIMMG Venezia Giuseppe Palmisano, che le ha illustrate sabato scorso, 26 settembre 2026, durante la tavola rotonda dedicata ai sindacati e moderata dall’ex segretario provinciale e regionale Maurizio Scassola, organizzata al Centro Candiani di Mestre all’interno del convegno, dal titolo Camici e mattoni 2. Dal cantiere alla cura: il futuro della sanità nel territorio, legato a Venezia in Salute 2026 - #VIS2026, la manifestazione che porta la firma dell'OMCeO lagunare.
Al centro del dibattito, il passaggio epocale che sta ridefinendo la sanità di prossimità, con una grande sfida sulla carta: trasformare le Case della Comunità da vuoti contenitori edilizi a presidi sociosanitari realmente operativi, capaci di integrare le professionalità e sollevare gli ospedali dal carico della cronicità. Passare, insomma, dai soli mattoni ai camici.
Nel corso del confronto, il segretario Palmisano ha tracciato una fotografia nitida del sentimento e della risposta dei medici di famiglia veneziani di fronte alla riforma: nell’area dell’Ulss 3 Serenissima sono oggi una settantina su circa 330 i colleghi che hanno accettato di lavorare nelle Case della Comunità. «Sono tanti? Sono pochi? – si è chiesto – Sono numeri che a una prima lettura potrebbero sembrare contenuti, ma che per noi rappresentano un segnale positivo perché partivamo da un contesto critico e da un clima di diffidenza diffusa verso il futuro di questo modello. Come FIMMG ce l’abbiamo messa tutta per spiegare il potenziale di questa riforma e i benefici concreti che ne possono ricavare i pazienti».
Il dottor Palmisano ha poi chiarito il principio cardine che decreterà il successo o il fallimento dell’intero impianto della riforma: la sinergia tra gli studi dei medici di famiglia sul territorio e le nuove strutture avviate dal luglio scorso. «Gli ambulatori dei medici di Medicina Generale, singoli o associati – ha sottolineato – rimangono la prima e fondamentale risposta ai bisogni dei cittadini. Se questa rete territoriale funziona ed è messa in condizione di rispondere ai bisogni primari, allora le Case della Comunità diventeranno presidi efficaci per la gestione della cronicità e della fragilità. Se invece la prima linea crolla o viene affrettata, falliranno sia gli uni sia le altre».
Una differenza sostanziale, poi, è stata rilevata tra chi ha deciso di aderire all’attività diurna nelle CdC e chi no. «La grande maggioranza di chi ha accettato – ha spiegato il dottor Palmisano – fa già parte di forme associative strutturate o di Medicine di Gruppo Integrate. Cosa significa? Che chi dispone di personale che gli dà una mano nelle sue attività quotidiane riesce a ricavarsi quelle famose 4 ore per le Case della Comunità. Gli altri no: in centro storico a Venezia l’adesione è stata nulla, ma lì il medico di famiglia lavora da solo con tutte le difficoltà di un’area di fatto disagiata».
Alle aziende sanitarie, allora, bisogna chiedere lungimiranza e investimenti nell’organizzazione. «Noi, ad esempio – ha concluso il dottor Palmisano – crediamo tantissimo nel PUA, che riteniamo veramente strategico non solo per la parte sanitaria. Ci darebbe una grandissima mano per la parte informativa e amministrativa. Solo così riusciremo a ottenere sicurezza e qualità del servizio».
Multidisciplinarietà e superamento dei vincoli di spesa le parole chiave declinate invece da Cristiano Samueli, fiduciario per l’Ulss 3 Serenissima di FIMMG Venezia, che nella sua veste di vicepresidente dell’Ordine dei Medici ha tirato le conclusioni del convegno di Venezia in Salute. «Per passare dalla visione alla realtà – ha sottolineato – è necessario evitare che le Case della Comunità restino semplici contenitori edilizi, privi di vera capacità operativa». L’obiettivo è spostare progressivamente il baricentro delle cure dall’ospedale al territorio, garantendo continuità, prossimità e una presa in carico più tempestiva dei bisogni di salute. Un cambio di paradigma netto, insomma.
Secondo il dottor Samueli sono due i nodi strutturali da affrontare con coraggio: «Una vera integrazione multidisciplinare – ha spiegato – e il superamento dei vincoli finanziari sull’organico che oggi limitano la valorizzazione del personale sanitario. Mettere sotto lo stesso tetto medici, infermieri, assistenti sociali e amministrativi non significa automaticamente lavorare insieme: bisogna abbattere le barriere burocratiche e armonizzare regimi contrattuali diversi per creare percorsi di cura davvero condivisi».
Sul fronte del tetto di spesa, poi, serve una prospettiva totalmente nuova. «Le infrastrutture – ha spiegato – e le tecnologie di ultima generazione acquistati con i fondi straordinari del PNRR non curano da soli le persone. Il rigido tetto di spesa all’assunzione del personale rappresenta il vero collo di bottiglia che rischia di bloccare le potenzialità delle Case della Comunità anche quando i bisogni del territorio richiederebbero di potenziare gli organici. Serve, allora, un cambio di prospettiva immediato: non è sufficiente finanziare muri, arredi e strumenti… Il personale va considerato una componente strutturale dell’investimento in salute, garantendo retribuzioni adeguate, migliori condizioni di lavoro, tutele chiare e ambienti capaci di attrarre e valorizzare le competenze».
Netta, dunque, la posizione espressa sul tema da FIMMG Venezia: la Medicina Generale è pronta a fare la sua parte nel processo di innovazione, ma rifiuta scorciatoie e soluzioni di facciata. Solo attraverso il rafforzamento della rete degli studi di famiglia, lo sblocco dei tetti di spesa, una reale integrazione sociosanitaria e la tutela del lavoro medico, le Case della Comunità potranno diventare il perno di una sanità pubblica sempre più vicina alle persone, universale, equa e accessibile a tutti.
Concluso il convegno scientifico della mattina, Venezia in Salute 2026 è poi proseguita nel pomeriggio in Piazzale Candiani
con l’incontro tra la popolazione e le realtà che si occupano di sanità nel territorio metropolitano. Nello stand organizzato da FIMMG Venezia, Giuseppe Palmisano, Cristiano Samueli e
Luca Barbacane, anche lui fiduciario per l’Ulss 3 Serenissima, hanno spiegato ai cittadini i passaggi più importanti della riforma, anche qui con l’uso di 6 parole chiave su diverse facce di un dado: la cura resta
vicino a casa, senza spostamenti inutili, viene garantita dal medico di famiglia che però
non lavora più da solo, ma per il paziente può contare su
un’assistenza continua e integrata con infermieri e specialisti, soprattutto nei casi di
persone fragili con patologie croniche e profili sanitari complessi. Un sistema, quello tra medici di famiglia e CdC, che costruirà
percorsi agevolati per chi ne ha davvero bisogno, ascolterà i problemi sociali e sanitari, ma soprattutto
accompagnerà le persone per riuscire a risolverli.























