Medicina Generale poco attrattiva

Ufficio stampa • 19 gennaio 2026

Palmisano e Scotti: «Lavoro in team e meno burocrazia per convincere i giovani»

La Medicina Generale è sempre meno attrattiva,  sono sempre meno i giovani che scelgono di fare i medici di famiglia: anche quando ci provano, il 20% abbandona prima di completare la scuola di specialità e, tra chi la finisce, un altro 20% poi cambia strada. Ma quali sono le cause di questa scarsa motivazione? Hanno cercato di spiegarlo, offrendo anche qualche possibile soluzione, sotto il profilo locale il segretario regionale e provinciale di FIMMG Veneto e FIMMG Venezia Giuseppe Palmisano e sotto quello nazionale il segretario generale FIMMG Silvestro Scotti  al convegno Le modifiche della responsabilità dei medici e degli odontoiatri nella crisi delle vocazioni, organizzato dall’OMCeO lagunare sabato scorso, 17 gennaio 2026 all’Ateneo Veneto in centro storico.

«Oggi abbiamo capito – ha esordito il dottor Palmisano – che proprio come categoria non siamo più attrattivi: dipendenti e non, siamo sulla stessa barca.  Soffriamo enormemente di sicurezze, tutele, prospettive di lavoro, carenze in ambito formativo e di conseguenza aumenta la fragilità nella scelta e nel continuare il percorso di studi. Il lavoro da fare è tanto: l’attrattività riguarda non solo l’aspetto economico, pur non trascurabile, ma soprattutto la garanzia di percorso ai colleghi che hanno intenzione di intraprendere questo mestiere».

Una sostanziale riorganizzazione della medicina sul territorio non è più rinviabile visto l’imminente avvio delle Case della Comunità, entro i primi 6 mesi del 2026, scadenza improrogabile del PNRR, in cui saranno impiegati anche i medici di famiglia, in particolare i giovani camici bianchi. «La riforma che prevede le nuove strutture e le nuove aggregazioni di medici – ha aggiunto – è multidisciplinare e complessa. Se era già difficile aggregare 5-6 colleghi, metterne insieme una trentina sarà ancora più complicato. Perciò bisogna riuscire a fare un lavoro in team, trovare degli obiettivi comuni, risorse adeguate… Sarà una bella impresa, ma in cui crediamo fermamente».

Il rischio, sulle Case della Comunità, è simile a quello corso con le medicine di gruppo integrate, fiore all’occhiello della sanità veneta che non hanno però assunto la dimensione nazionale auspicata. «Non si deve – ha sottolineato il dottor Palmisano – fermare il lavoro a metà strada, vuoi per mancanza di risorse, vuoi proprio per la difficoltà di realizzare una un’idea che è buona sulla carta, ma che deve essere anche sostenibile».

Ma cosa bisogna dire allora ai giovani professionisti per incentivarli a fare i medici di famiglia? Il segretario regionale e provinciale FIMMG ha le idee chiare: per prima cosa bisogna insistere sul lavoro in team. «Lavorare da soli – ha spiegato – è un rischio,  non è più accettabile perché la complessità è tanta. Da un lato c’è una relazione sempre più difficile  con i pazienti, dall’altro un aumento del carico di burocrazia che un medico da solo non riesce più ad affrontare». Serve dunque un lavoro strutturato, organizzato, tutelato, sicuro e, non ultimo, che implementi le competenze tecniche, una delle priorità suggerite dai giovani professionisti.

«Le Case della Comunità – le conclusioni del dottor Palmisano – possono essere una grande opportunità  per i giovani colleghi che potranno diversificare l’attività  tra il loro ambulatorio, il loro gruppo e le nuove strutture perché saranno alleggeriti dai carichi burocratici ormai soffocanti».


I numeri parlano chiaro e raccontano molto sulla situazione critica  della Medicina Generale secondo il segretario nazionale FIMMG Silvestro Scotti  che li ha snocciolati durante la sua relazione:

  • il 25% dei cittadini italiani ha oggi più di 65 anni e nel 2030 si arriverà al 35%;
  • negli ultimi 10 anni il numero dei medici di famiglia è calato progressivamente passando dai 44.436 del 2016 ai 36.812 del 2025;
  • nel 2016 ogni medico di Medicina Generale aveva in media 1.100 assistiti, oggi ne ha 1.450, quando va bene;
  • la Lombardia ha una popolazione doppia rispetto alla Campania, ma un numero di medici di famiglia più bassa: «Pensate – la riflessione del dottor Scotti – che il servizio possa essere lo stesso?»;
  • i medici di famiglia di 68 anni pronti per la pensione saranno 1.991 quest’anno, addirittura 2.003 nel 2027, 1.884 nel 2028 con numeri poi progressivamente in calo fino ad arrivare a 630 nel 2035.

«I casi sono due – ha sottolineato il segretario FIMMG – o il medico di famiglia 20 anni fa veniva pagato troppo o oggi è pagato troppo poco. Vent’anni fa servivamo una popolazione più giovane,  ci dedicavamo prevalentemente alle acuzie… Oggi io devo prendere in carico un soggetto anziano cronico, quindi devo poter avere collaboratori, una rete  che crea assistenza e devo potermi organizzare anche con altri colleghi».

La Medicina Generale, dunque, può tornare ad essere attrattiva solo se si riorganizza mantenendo la propria capillarità. «Oggi un giovane – ha proseguito – deve sapere che entra avendo un carico di 1.450 assistiti, praticamente ormai, di fatto, al massimale. Significa, nel giro di pochi mesi, avere un carico di 1.500 persone con i loro problemi, persone che non conosci, di cui non hai i dati, non hai la storia, con cui non hai subito un rapporto fiduciario. Quel giovane, che oggi è un po’ diverso da noi giovani di una volta, se percepisce immediatamente quel carico, quella difficoltà, cambia lavoro». Il risultato più immediato è un tasso di abbandono del 20% nella scuola di Medicina Generale.

Tra le altre criticità affrontate dal segretario Scotti il fatto che il cittadino ormai non possa più scegliersi il proprio medico di famiglia. «Il valore fiduciario – ha detto – è ridotto e così il paziente cambia il proprio atteggiamento».

Se, poi, si guarda la curva dei possibili pensionamenti, «in linea di massima – ha sottolineato il segretario Scotti – solo nel 2031 il numero dei pensionati sarà coerente con il numero di borse di studio pubblicate, che oggi in molte regioni restano deserte. Immaginate un giovane che entra nella formazione di Medicina Generale e deve fare 38 ore di lezione, ma anche, a causa delle carenze, seguire mille assistiti, che poi magari salgono fino a 1.500. Come fa?». Come il pronto soccorso, insomma, la Medicina Generale ha ormai la dimensione di un mestiere “geneticamente modificato” che si fa solo se piace davvero.


La ricetta, dunque, per rendere di nuovo attrattiva la Medicina Generale è ripensare i criteri di responsabilità professionale  e rinforzare l’autonomia del medico – «Il ruolo di un soggetto all’interno della società è fortemente connesso alla responsabilità: se riduco le mie responsabilità, conseguentemente non posso pensare di avere il ruolo nella società che pretendo di avere» ha sottolineato Silvestro Scotti – ma soprattutto rivedere i modelli organizzativi,  sostenendo il lavoro in gruppo, privilegiando la formazione anche con nuove competenze tecniche, garantendo percorsi professionali sicuri e più tutele e sgravando i professionisti dalla burocrazia. Si può fare davvero? Il dottor Giuseppe Palmisano è sicuro: «Sì, i margini di speranza ci sono».


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